L'abusivismo dei colletti bianchi e il tramonto dell’etica.
- Marco Repetto Architetto

- 5 lug
- Tempo di lettura: 3 min

C'è un'etica elementare, un principio cardine che la filosofia ci ha insegnato secoli fa: un'azione è giusta solo se può essere universalizzata. Se ciò che oggi è concesso a pochi privilegiati venisse esteso a tutti, il sistema collasserebbe. Eppure, lungo le coste del Mediterraneo sta succedendo quello che negli anni 70 accadde sulle nostre ferite sponde laziali. In questi ultimi mesi stiamo assistendo alla celebrazione dell'eccezione sovrana: la privatizzazione della bellezza a favore di resort di lusso stranieri.
Ci spacciano questi progetti come "valorizzazione", ma chiamiamolo con il suo vero nome. Questa è la forma più evoluta, subdola arrogante di abusivismo.
Non serve più il cemento armato versato di notte da un palazzinaro abusivo. Oggi l'abusivismo si fa alla luce del sole, firmato da grandi archistar e ratificato da amministrazioni scellerate che firmano concessioni e deroghe.
Ancora uno spaccio di evoluzione che nasconde la convenienza. È in questo vuoto etico che si consuma il dramma di comunità e culture pacifiche, o forse semplicemente rese fragili e corrotte dal miraggio del benessere e del rapido arricchimento. Società indifese che diventano facile preda di sistemi speculativi spietati, abilmente camuffati da vesti benevole. Se ieri queste forze usavano retoriche esplicitamente espansionistiche e poi promesse di riscatto sociale, oggi si travestono da risposte a "richieste del mercato" o progetti eco-sostenibili. Di fatto, concedere ciò che è di tutti per spalancare le porte a un vero e proprio Cavallo di Troia destinato a contaminare la natura per sempre è un delitto sistemico, un crimine contro il futuro che andrebbe previsto e impedito con ogni mezzo.
E, a voler pensare male, se ci spacciassero questi resort blindati per pochi privilegiati per nascondere la loro reale natura: magari quella di un avamposto coloniale militarizzato. Mi ricorda un po' la "formazione a cerchio dei carri" dei coloni in america poi evoluti in loco tempo in forti in legno della frontiera americana eretti per strappare le terre ai nativi gli "Indiani d'America", fa ancora sorridere che questo utilizzo -indiano- deriva dal famoso errore di Cristoforo Colombo, il quale credeva di aver raggiunto le Indie - proprio come noi oggi crederemmo di raggiungere il benessere accettando questi resort - . Oppure mi ricorda questo “costruire finalizzato a eludere", la tattica del "muro e torre" degli insediamenti sionisti,queste strutture che si nascondevano, mascherate da insediamenti temporanei, integrati o difensivi, mentre il loro scopo vero era geopoliticamente finalizzato alla conquista, alla recinzione e alla spoliazione della terra altrui. Cambiano i materiali e il design, ma la logica della testa di ponte militare rimane intatta.
Tanta storia racconta di come la legalità formale possa non coincide con la legittimità morale.
Quando un'istituzione permette di edificare in aree naturalistiche protette, sta scavalcando le leggi naturali, il buon senso e quel patrimonio immateriale che la filosofia, la psicologia e la cultura popolare convergono nel definire con una sola, sacra parola: meraviglia. Per anni per l'interesse di tutti le abbiamo classificate elencate numerate protette per poi di fronte ad un interesse poco più che singolo “scenderle".
Colate di cemento "esclusivo" per garantire il confino dorato di pochi eletti, strappando la terra a chi quella terra dovrebbe ereditarla. Costruire dove la natura impone il silenzio significa derubare i nostri nipoti, privandoli del diritto di poggiare i piedi sullo stesso orizzonte selvaggio che ha nutrito la nostra storia. Se un'amministrazione abdica al proprio ruolo di custode per farsi intermediario d'affari, non sta creando sviluppo: sta legalizzando un saccheggio intergenerazionale.
La bellezza non è una merce negoziabile. È il volto della nostra identità, e i luoghi da preservare appartengono a chi ci sopravviverà. Fermiamo questo abusivismo d'élite prima che l'ultimo scorcio di costa diventi il giardino privato di qualcun altro.




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