Identità, che colore rifletto al mondo
- Marco Repetto Architetto

- 9 apr
- Tempo di lettura: 5 min

Facciamo una riflessione. La riflessione è l'azione di pensare profondamente, criticamente su un argomento, ma è anche il fenomeno fisico in cui onde di luce rimbalzano su una superficie. Affrontiamo l’argomento ribaltando la prospettiva.
L’Identità è, come sappiamo, la consapevolezza di chi si è rispetto al sociale in cui viviamo. È come si può definire, il DONO che il contesto sociale ci rende rispetto a chi siamo.
Ad esempio nel design, un oggetto ha la sua "identità" definita da almeno 8 + 1 aspetti:
Forma generale e silhouette: La stabilità percepita e l'equilibrio dei vuoti e dei pieni.
Funzione: Quanto il design facilita (o ostacola) lo scopo per cui è nato.
Ergonomia: Lo sforzo fisico e mentale richiesto per interagirvi.
Affordance e Semantica: L'invito all'uso. Cosa ti "suggerisce" di fare quell'oggetto solo guardandolo? E quali valori culturali comunica?
Proporzioni: L'armonia tra le parti e la tensione voluta.
Dettagli Costruttivi: I materiali, le giunzioni, la precisione esecutiva. Come scarica i pesi a terra?
Sostenibilità: Non solo ecologica, ma durata nel tempo, riparabilità e riduzione degli sprechi energetici lungo l'intero ciclo di vita, quanto possiamo e siamo disposti a sostenere di nostro.
Contesto d'uso: Come l'oggetto dialoga con l'ambiente e con l'identità di chi lo usa.
Il nono aspetto è il colore, che è in realtà rappresenta l'unica parte di luce che l'oggetto rifiuta e rimanda al mondo, il riflesso.
Dal punto di vista scientifico, il colore di un materiale non è una proprietà intrinseca dell'oggetto, ma è il risultato dell'interazione tra 3 fattori:
la radiazione elettromagnetica, la luce,
la struttura atomica del materiale,
il sistema di percezione visiva occhio-cervello.
Come potremmo sviluppare questa metafora del colore, nell'ambito del dono sociale dell'identità?
L'identità non è una caratteristica isolata dell'individuo, ma un fenomeno relazionale che emerge dall'incontro di tre forze: la Luce della società e della cultura che ci investe, il Materiale della nostra storia interiore che seleziona cosa assorbire e cosa restituire, e l'Occhio dell'altro che accoglie e interpreta questo riflesso.
Come un oggetto fisico non "possiede" un colore ma lo manifesta solo riflettendo ciò che non trattiene, così noi definiamo chi siamo attraverso il dono sociale di ciò che emaniamo verso l'esterno: la nostra essenza visibile non è ciò che accumuliamo egoisticamente per noi stessi, ma la frequenza luminosa che decidiamo di offrire allo sguardo del mondo per renderlo partecipe della nostra esistenza.
La Metafora del "Colore Identitario"
Nella fisica ottica, un oggetto appare "blu" non perché “è o possiede" il blu, ma perché trattiene, assorbe per sé tutte le altre frequenze della luce il rosso, il verde, il giallo e riflette," “restituisce" agli altri solo il blu.
L'Identità come "Restituzione"
Proprio come l'oggetto, noi "non” siamo definiti da ciò che accumuliamo o teniamo strettamente per noi i nostri segreti, le paure, l'ego profondo, ma da ciò che comunichiamo “riflettiamo verso l'esterno”. Il dono sociale dell'identità non è un'essenza statica chiusa in una scatola, ma è la frequenza che decidiamo di donare agli altri con pensieri espressi, gesti, azioni.
“Il paradosso che viviamo" sta in quello che il mondo vede di noi il nostro "riflesso", ovvero ciò che lasciamo andare affinché gli altri possano riceverlo, non è spesso la nostra essenza.
L'Assorbimento come Consapevolezza Interna
L'oggetto "assorbe" il resto dello spettro luminoso per “nutrirsi”, per “scaldarsi”, per esistere. L'energia dei fotoni assorbiti si trasforma spesso in calore.
Scientificamente, questo processo è affascinante perché trasforma la luce da semplice segnale visivo in energia vitale interna.
Quando i fotoni ossia le particelle di luce colpiscono un oggetto, se la loro frequenza corrisponde ai livelli energetici degli atomi del materiale, vengono "catturati". Quello che viene catturato non viene riflesso, quello che “assomiglia” al materiale viene trattenuto.
Quindi ciò che “vediamo Blu” tutto è tranne che blu, ossia gli atomi che lo compongono non “assomigliano” al blu e il blu che vediamo sono fotoni respinti dalla materia quindi sono riflesso visibile.
Potremmo dire che se lo spettro luminoso, un continuo di infinite sfumature che passano gradualmente l'una nell'altra, di cui Newton scelse sette colori per analogia con le note musicali, se questo sfumare, lo chiamiamo luce visibile, tradizionalmente lo nominiamo composto da sette colori principali, noti come i colori dell'arcobaleno: rosso, arancione, giallo, verde, blu, indaco e violetto.
Quindi, se noi vediamo un inchiostro blu, sappiamo che rosso, arancione, giallo, verde, indaco e violetto, sono stati assorbiti e quindi diciamo che sono frequenze degli atomi dell'inchiostro e “blu” è stato riflesso, quindi visibile, quindi “i blu”, per approssimazione, sono gli unici atomi che l’inchiostro NON HA, quindi quell’inchiostro tutto è tranne che BLU !!!
Ecco cosa accade tecnicamente nella nostra metafora.
L'Eccitazione Atomica o L'Apprendimento
A livello microscopico, gli elettroni degli atomi assorbono l'energia dei fotoni e saltano a un livello energetico superiore. L'oggetto non sta solo "ricevendo" luce, la sta letteralmente incorporando nella sua struttura.
Nella metafora: Questo rappresenta tutto ciò che studiamo, leggiamo, le emozioni che proviamo e i dolori che elaboriamo. È il nostro "nutrimento" intellettuale ed emotivo che portiamo dentro e che ci cambia profondamente.
La Dissipazione Termica o L'agire
Una volta assorbita, questa energia non rimane statica. Gli atomi iniziano a vibrare più velocemente: questa agitazione cinetica è ciò che noi percepiamo macroscopicamente come calore. L'oggetto si scalda grazie a ciò che ha trattenuto.
Nella metafora: Il calore è la nostra consapevolezza e la nostra umanità. È l'esperienza che non "mostriamo" necessariamente al mondo come colore, azione, ma che ci tiene vivi, caldi e solidi. È la ricchezza interiore che dà sostanza alla nostra esistenza.
La Percezione o Esistere
Senza assorbimento, non ci sarebbe trasferimento di energia. Un oggetto che non assorbe nulla sarebbe un riflettore perfetto, una superficie fredda e priva di interazione con l'ambiente energetico circostante.
Nella metafora: Se non fossimo capaci di assorbire: ascoltare, imparare, soffrire; saremo specchi vuoti. L'assorbimento è ciò che ci permette di "essere" prima ancora di "apparire".
Mentre il colore riflesso è il tuo messaggio al mondo, il dono sociale, l'energia assorbita e trasformata in calore è la tua costituzione. Senza quel calore interno generato da ciò che hai trattenuto, non avresti l'energia necessaria per sostenere la tua struttura e, paradossalmente, non avresti nulla da riflettere.
Nella società, ciò che assorbiamo le esperienze, il dolore, la cultura, gli insegnamenti è ciò che ci costituisce internamente e ci dà sostanza.
Tuttavia, quella sostanza rimane invisibile. Se assorbissimo tutto senza riflettere nulla, saremmo un "corpo nero": invisibili, isolati, un buco nell'interazione sociale.
Il Dono Sociale: Diventare Visibili
Senza questo atto di "reiezione generosa" senza riflettere il colore, l'oggetto non avrebbe identità visiva.
Donare la propria identità significa accettare di non trattenere tutto per sé. Significa che la nostra "luce" sociale esiste solo nel momento in cui colpisce l'altro.
Noi siamo, ironicamente, ciò che diamo via, ciò che condividiamo di noi questo ci rende individui sociali.
La meraviglia del libero arbitrio e l’istinto
Se applichiamo questa scienza all'anima, potremmo dire che:
"L'identità non è ciò che siamo dentro il segreto del nostro assorbimento, ma la sfumatura di luce che scegliamo di non tenere per noi, permettendo al mondo di vederci e, così facendo, di colorarsi attraverso di noi."
È un modo affascinante di vedere l'altruismo non come un sacrificio, ma come l'unico modo possibile per essere "raggianti" finalmente visibili e riconoscibili.
Cosa ne pensi? Ti risuona l'idea che la nostra "essenza" sociale sia fatta proprio di ciò che emaniamo verso l'esterno, piuttosto che di ciò che gelosamente custodiamo?




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