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Esempi dalla natura: la casa in stile Aragosta.


Vita da crostaceo, tu che corazza hai? Vediamo di riconoscerla.

Il tuo “carapace” è scaduto? Scopriamolo.


Tutti noi costruiamo nel tempo un’armatura fatta di schemi, difese e maschere per proteggerci dal dolore. Questa armatura nasce dall’interazione tra il nostro temperamento, inteso come istinto naturale e dote fisiologica, e le esperienze vissute con i relativi ricordi. Da questo processo (esperienze e ricordo) si sviluppa ciò che gli esperti definiscono “carattere”. Temperamento e carattere insieme costituiscono la nostra personalità, che muta al mutare delle esperienze e, proprio per questo, non è fissa ma mutevole.


Quindi l’equazione è: 


temperamento (noi in natura & istinto)              + 

carattere (esperienze & ricordi)                        = 

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personalità (ossia come manifestiamo di chi siamo)


Essendo mutevole il valore delle esperienze e dei ricordi (carattere) anche la nostra personalità  prende forma proprio nel punto in cui questi due piani si incontrano. Non è una semplice somma, ma un stratificazioni un intreccio, un tessuto dinamico. Il temperamento fornisce l’energia di base, la materia prima, il carattere ne disegna la trama, la forma, la rigidezza e lo spessore. Insieme producono il nostro stile unico di pensare, sentire, agire, realizzare e mettere in relazione con gli altri.


In questo senso, la personalità è una struttura, un organismo in movimento: è un edificio con fondazioni profonde, ma un elevato, facciate e vani interni che crescono e cambiano nel tempo. 


È in questo scenario che arriva il momento in cui, per crescere, dobbiamo accettare il rischio di smantellare parti della nostra struttura interiore, ridefinendo confini e difese. Questa trasformazione è necessaria per non ridurre le nostre capacità con il tempo e per evitare di restare intrappolati, soffocati o oppressi dalle esperienze passate.


Ognuno di noi possiede una corazza invisibile fatta di meccanismi di difesa e maschere relazionali. Forse un tempo ci ha protetti, forse ci è stato insegnato che irrigidirsi fosse utile. Ma per evolvere è necessario osare: lasciare andare ciò che non serve più e rinnovare i nostri confini interiori.


I nostri pattern o schemi di protezione, le nostre funzioni difensive interiori, i filtri mentali e le corazze emotive, nascono per difenderci ma quando diventano immutabili, troppo strette l’unico modo per crescere ancora è rischiare ed aprirle.


Quello che oggi chiami prudenza spesso è una richiesta di sicurezza e ancora più spesso è “risparmio di energia” quello che ci suggerisce la nostra “unità centrale” il nostro computer di bordo: “Sii prudente, risparmia fatica!” Riconoscere e accettare questa “fake” di prudenza è il passaggio obbligato per una nuova e più appropriata “difesa”, più autentica, adatta a Te ora, efficiente identità.


L’identità è la consapevolezza di chi siamo in relazione all’ambiente in cui viviamo, ossia alle persone che ci circondano e ai contesti che attraversiamo. Non è qualcosa di puramente individuale né completamente imposto dall’esterno, ma nasce dall’incontro continuo tra ciò che sentiamo di essere e il modo in cui veniamo riconosciuti, nominati e rispecchiati dagli altri.


In questo senso, l’identità può essere intesa come un dono sociale: attraverso relazioni, linguaggi, ruoli e appartenenze, la società ci offre riferimenti per dare forma a noi stessi. Non ci dice semplicemente chi siamo, ma ci mette nelle condizioni di scoprirlo, negoziarlo e ridefinirlo nel tempo.


Questo dono, tuttavia, non è mai neutro: può arricchire e sostenere, ma anche limitare. Sta alla persona accoglierlo, trasformarlo o, quando necessario, prenderne le distanze per restare fedele a sé e come se non cambiando scorza i tessuti morti, il rivestimento esterno del nostro fusto ma anche delle radici delle piante legnose; la corteccia. La scorza è anche la buccia di alcuni frutti; pelle. Non è raro che quello che produciamo sia condizionato dalla mancanza di “rinnovamento”. 


I meccanismi di difesa e gli schemi di protezione, se fossimo un crostaceo sarebbero il nostro “carapace”: ci hanno rassicurati;  per la nostra amigdala ci hanno reso "sopravvissuti" . Come per l’aragosta per diventare davvero vitali e potenti, per crescere il nostro carapace richiede il coraggio di cambiare.  


Quando, quello che facciamo o come appariamo,  non ci somiglia più, non riesce più a contenere la nostra crescita naturale,  quello è il momento in cui il “carapace” ci comincia a stringere, ci copre fino al viso e ci cela dietro una “Maschera” , procrastinare il cambiamento fino a diventare noi stessi la “maschera" è la conseguenza inevitabile  di rimandare inopportunamente ad un altro momento il rinnovamento. 


Ti risulta? 

Solo se sei consapevole, impeccabile e assolutamente sincero nell’auto-giudizio! Il rischio grande è di non accorgersi e non sentire il disagio né la necessità di uscire dal personaggio che " non siamo più”.


La natura insegna immedesimiamoci nella vita da crostaceo.


I tuoi meccanismi di difesa cominciano a stringere?  Fai come l’aragosta col suo carapace, quando la tua vecchia armatura ti ferisce più di quanto ti protegge, quando la corazza ti stringe più del mondo che ti aspetta fuori, è il momento di romperla e costruirne una più grande; è il momento di cambiarla.


L’aragosta è un animale corazzato che vive anni, talvolta decenni, proprio grazie alla protezione del suo esoscheletro rigido. E’ questo che la rende meno vulnerabile ai predatori rispetto a molti animali “morbidi” e senza armatura. Lo svantaggio è rimanere fermi intrappolati ma l’aragosta sa come crescere e come cambiarlo.


Quanto vive l’aragosta e quanto spesso cambia carapace? 

Molte specie di aragosta (se non le mangiano prima, scusate il cinismo), possono vivere oltre 20–30 anni, e alcune catture di grandi dimensioni (migliori per le nostre tavole, scusata ancora) suggeriscono età ancora maggiori, questa longevità è possibile proprio grazie alla protezione, e soprattutto al continuo “cambiamento” del carapace. 


Nei primi anni di vita la muta dell’aragosta è frequente (anche diverse volte l’anno), mentre negli adulti la frequenza diminuisce fino ad avvenire ogni 1–2 anni circa, con intervalli sempre più lunghi man mano che l’animale cresce. Il rallentamento al cambio come vogliamo chiamarlo? Il beneficio dell’esperienza o “la stanchezza” o “perdita di vitalità o di ambizione a crescere ancora e migliorare?" l’aragosta non lo sa, ma noi?


Come funziona la muta? L’esoscheletro non è elastico, è inflessibile, rigido, deve difendere, quindi l’aragosta, prima della muta, riassorbe minerali dal vecchio guscio, nella metafora con noi stessi possiamo definirli i benefici dell’esperienza, la visione del passato, la storia di Sè e ne prepara uno nuovo, che rappresenta metaforicamente la conoscenza, l'autoanalisi, la crescita personale, uno più grande, lo prepara, inizia a costruirlo sotto la vecchia armatura, che a un certo punto si apre, come la nostra inquietudine, le nostre crisi, sia apre lungo linee di frattura, linee che rappresentano il nostro smarrimento, confusione. 


L’animale nella sua perfetta naturalezza, col suo istinto più atavico, abbracciando il suo archetipo, aggrappato alla sua coscienza più profonda, sguscia fuori dal vecchio carapace e si gonfia d’acqua, sfruttando ancora l’elasticità della nuova struttura, aumentando rapidamente il volume; il nuovo esoscheletro, inizialmente ancora molle, si indurisce progressivamente (rappresenta per noi nuova consapevolezza, nuova forza interiore) grazie alla deposizione di sali minerali (per noi la coscienza), un processo che per il crostaceo può richiedere da ore a alcuni giorni; per noi minuti, giorni, mesi, anni, fino ad una protezione efficace, solidifica. È così che l’aragosta “cresce’ cambia il suo carapace e aumenta il suo " valore”.


Come gestire il tempo della vulnerabilità? 

Subito dopo la muta l’aragosta è quasi indifesa: il nuovo carapace è morbido, gli arti sono più fragili e la mobilità può essere ridotta, per cui tende a nascondersi in tane o fessure finché l’armatura non è di nuovo abbastanza dura. 


Come gestiamo noi la nostra vulnerabilità nel momento del cambiamento, quali sono i diversi stati d’animo e i comportamenti sociali caratteristici del “mentre cambiamo”?.


Nel gesto del cambiamento personale, la muta rappresenta il momento in cui si lascia andare una vecchia identità, difesa o abitudine per far spazio a una nuova versione di sé  ma prima che la nuova “corazza” si indurisca, ci si sente esposti, fragili e bisognosi di protezione; vulnerabili, ci si sente “senza pelle”; sensibili, esposti al giudizio o al rifiuto; si ha paura, il timore di non farcela, di essere feriti o respinti; si è confusi prevale il disorientamento, il vecchio sé non c’è più, ma il nuovo non è ancora stabile.


Sorge palese o celato il bisogno di introspezione, il desiderio di ritirarsi, di stare soli, di proteggersi. Sono questi tutti i sintomi del progresso di crescita. Avviene a tutte le età avviene per cicli ravvicinati in “gioventù” sempre più diradati “da grandi” e da “vecchi”; fasi della nostra crescita che non corrispondono al tempo inteso come Kronos il tempo misurato, tempificato, quanto al tempo dell’evoluzione, il tempo del momento opportuno , il tempo che gli antichi greci chiamavano Kairos "momento giusto, propizio", il momento perfetto per il progresso di Sè.


La speranza attiva, quella senza attesa, quella che Sant'Agostino chiamava madre di due figli,  la combinazione tra indignazione e coraggio, l’intuizione di rinascita, quella parte di sé che sa accettare, percepisce che questa fragilità è necessaria per la crescita e con vero coraggio assume il rischio.


Il nostro “comportamento sociale” allora esprime dei comportamenti tipici che non devono preoccuparci. Il ritiro o l'isolamento temporaneo: come l’aragosta nella tana, tendiamo a ridurre l’esposizione sociale, a evitare conflitti,  a ridurre interazioni troppo stimolanti. Stiamo “crescendo” rafforziamo, generiamo il prossimo Sè.


Ci chiudiamo un po' in difesa: la nostra identità cioè la consapevolezza di chi si è ora rispetto all’ambiente in cui viviamo ossia come si può definire, il DONO che il contesto sociale ci rende rispetto a chi siamo, in questa nuova temporanea versione della nostra identità può sembrare fredda, distaccata o sfuggente, ma in realtà sta solo proteggendo la propria parte, compiuta da poco e ancora tenera.


In questa transazione abbiamo bisogno di sicurezza relazionale: cerchiamo ambienti e persone che trasmettono accoglienza, empatia e non giudizio; compiamo gesti di autoprotezione, con lentezza: ci si muove con cautela, testando i nuovi confini del sé. Abbiamo una sensibilità amplificata: si reagisce più intensamente alle emozioni proprie e altrui.


Nel linguaggio della crescita personale, questo momento è quello della trasformazione autentica: prima di diventare più forti, dobbiamo accettare di essere fragili.  È il “passaggio attraverso la vulnerabilità” il punto in cui, lasciando andare il vecchio carapace (maschere, difese, ruoli), lasciamo emergere il potenziale per un sé più autentico.


È la fase da “aragosta in muta”: ho lasciato la mia vecchia corazza, ma la nuova non è ancora pronta. Mi sento nudo, fragile, ma sto diventando qualcosa di nuovo; questa fase “senza protezione” non è totale perché il nuovo esoscheletro è già presente, ma è come avere ancora l’impalcatura, il nuovo muro perimetrale o portante è senza infissi, per un breve periodo il rischio di “predazione” cresce molto; è una scommessa, ma l’assunzione del rischio temporaneo ci darà poi un “nuovo e più grande carattere, che è proprio CIÒ che si sviluppa attraverso l'esperienza e che ci rende più forte e più competitivi. 


Ogni volta che la propria vita diventa “troppo stretta”, come l’aragosta che non può limare il guscio, dobbiamo rompere, uscirne, restare vulnerabili e costruirne uno Sé più grande; restare nel vecchio esoscheletro significherebbe smettere di crescere, condannarsi a una “sicurezza” che riduce e condiziona “l’agire sterile”.  


L’architettura personale funziona allo stesso modo: la “casa identitaria” che protegge a dieci anni, poi a quindici poi a vent’anni, trenta, quaranta cinquanta e via via con step tutti personalissimi, quella vecchia “casa” metaforica diventa stretta, diventa un’armatura soffocante per progredire, per lo step successivo. L’energia che una volta serviva a difendersi ora deve servire a espandersi, a occupare spazi di vita più autentici.  


Il modello o stile aragosta dice che la trasformazione non è cosmetica: è strutturale e prevede momenti di instabilità, stanze svuotate, muri demoliti, relazioni e abitudini che vanno lasciate come il vecchio carapace abbandonato sul fondo.  


In architettura personale, il punto non è “cambiare sempre”, ma riconoscere il momento critico in cui la vecchia struttura fa più male che bene: quando protegge il personaggio a scapito della persona, quando la casa serve solo a conservare ciò che non siamo più, quando tutto strilla “cambiaaaa” non puoi ignorare di trasformare qualcosa di te.  


Il costo di non cambiare è invisibile (o fingiamo di essere sordi al richiamo) ma è altissimo: ansia cronica, conflitti, disagi sono spreco di energia; la spesa per il cambiamento sembra più ampia certamente coinvolge più “voci di uscita” ma la “gestione”  è concentrata in una fase, come la muta, ma poi permette anni di vita più ampia, più coerente, più protezione con un guscio ideato e costruito sulla nuova forma.  


In termini “architettonici”, la strategia è progettare la muta: definire cosa va demolito, cosa può essere riutilizzato, quali elementi strutturali, perimetrali, quali tamponature reggono ancora e quali vanno rifatti per avere il massimo cambiamento percepito con il minimo spreco di risorse, materiali, relazioni e denaro.  


Trasforma il tuo guscio quando ti sta stretto, e fallo nel modo più giusto e meno costoso possibile.  


Quando la tua vecchia armatura ti ferisce più di quanto ti protegge, è il momento di cambiarla: progetta la tua muta perché costi poco e valga una vita nuova.


Quello che ti proteggeva ieri, oggi potrebbe impedirti di crescere. Riconosci quando la tua corazza non ti sta più: osserva, apriti, controlla, condividi e coinvolgi con fiducia per minimizzare il rischio; accogli il cambiamento con la più grande consapevolezza possibile.


 
 
 

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